Una risposta disability-inclusive al COVID-19: la tutela dei diritti delle persone con disabilità durante l’emergenza sanitaria secondo l’Alto Commissario per i diritti umani e il Segretario Generale delle Nazioni Unite

COVID-19 and the rights of persons with disabilities: guidance, April 2020. A disability-inclusive response to COVID-19, May 2020

 Approfondimento n. 20/2020                                                                                                                                                                                                                                                                                

L’emergenza sanitaria da COVID-19 sta impattando in maniera considerevole sulla vita di chi già era gravato del peso delle disuguaglianze. Tra questi, il miliardo di persone al mondo con disabilità. Per esse si accentua il rischio di contagio e la mortalità, in virtù di preesistenti condizioni e difficoltà di distanziamento sociale, oltre che di accesso alle cure. Ma questa è solo la più lampante delle disparità a cui sono esposte, se si pensa che l’80% delle persone con disabilità si trova nei PVS o che il 46% degli ultrassessantenni presenta una disabilità. Come afferma il report ONU “Shared responsibility, global solidarity” dello scorso marzo, la pandemia non è solo una crisi di salute, perché coinvolge le società “at their core”. 

Si è profilata per questo sin da subito l’esigenza di disegnare una politica di risposta al COVID-19 che sia inclusiva delle persone con disabilità. A tal riguardo, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il 29 aprile 2020 ha diffuso una nota – dal titolo “COVID-19 and the rights of persons with disabilities: guidance” – contenente delle linee guida per gli Stati membri e gli stakeholders, adottabili  per abbattere le barriere attitudinali, ambientali ed istituzionali che le persone con disabilità vedono esacerbate in questo specifico contesto emergenziale, nonché la citazione di buone pratiche messe a punto da vari Stati. Tale nota consta di 7 punti sull’impatto, diretto ed indiretto, del virus sulle persone con disabilità e di raccomandazioni in riferimento a:

  • Diritto alla salute: servono linee guida per il triage, per ottimizzare l’allocazione delle risorse scarse (come ventilatori o posti in terapia intensiva) ed evitare la discriminazione sulla base della disabilità, delle co-morbilità e delle aspettative di vita (si cita l’esempio di San Marino, dove è stato creato un Comitato bioetico). Altra urgenza è quella dei test prioritari (negli Emirati Arabi Uniti 650.000 persone con disabilità sono state testate a domicilio), insieme al supporto e all’accesso ai farmaci. Molto importanti risultano anche le consultazioni con le persone con disabilità in ogni fase del processo (esempio virtuoso in questo campo è il COVID-19 Disability Advisory Group istituito in Canada);
  • Residenze sanitarie: si calcola che tra il 42% e il 52% delle persone decedute a causa del COVID-19 fossero ospitate in tali strutture. L’alto contagio è attribuibile alla già citata difficoltà di mantenere il distanziamento sociale, all’esposizione all’abbandono, all’isolamento e alla violenza. Oltre alla prevenzione e ai test prioritari (ancora una volta è citata l’esperienza canadese), si sottolinea il bisogno di incrementare le risorse umane e materiali per un sostegno efficace, promuovendo altresì la deistituzionalizzazione, laddove possibile;
  • Vita di comunità: essenziali sono l’accessibilità dell’informazione (pratiche degne di nota sono quelle di Paraguay, Panama, Nuova Zelanda, Messico), l’esenzione per le figure di supporto delle persone con disabilità dalle restrizioni, per evitare che venga loro a mancare l’aiuto (come previsto in Argentina e Colombia), la predisposizione di fasce orarie prioritarie per gli acquisti ad esse destinati (come accaduto, ad esempio, a Panama);
  • Lavoro, reddito e sussistenza: le persone con disabilità sono esposte a un rischio maggiore di perdita del lavoro. Si rendono necessari perciò aiuti economici per chi rimane senza fonte di reddito e, allo stesso tempo, un incremento di quelli esistenti (già posto in essere in molti Paesi);
  • Diritto all’istruzione: gli studenti con disabilità, soprattutto intellettiva, patiscono la mancanza di materiale didattico adeguato ed accessibile. Necessarie sono precise linee guida e programmi di training e supporto per gli insegnanti per la didattica a distanza inclusiva (es. Ecuador), oltre ad una stretta cooperazione tra questi e i caregiver;
  • Diritto alla protezione dalla violenza: le persone con disabilità sono più vulnerabili alla violenza e, tra queste, ancor più le donne – anche se mancano ancora dati certi. Le denunce, come l’accesso all’assistenza, sono più difficoltose da remoto perché mancano di servizi di interpretariato e, in genere, dell’adeguamento alle normative sull’accessibilità;
  • Gruppi specifici al cui interno le persone con disabilità sono sottorappresentate, come ad esempio detenuti – anche migranti - e senza fissa dimora. Ad essi manca sostegno informale per cibo, igiene e mobilità, a fronte di una più grave minaccia di contagio dato dal sovraffollamento delle strutture, sia detentive che di accoglienza. Nel primo caso, urge il rilascio di detenuti a rischio, valutando una riduzione della pena (come fatto in UK, USA, Iran, Turchia…), nel secondo, invece, l’OHCHR raccomanda di prediligere sistemazioni informali di riparo che garantiscano il distanziamento sociale, e l’installazione di servizi igienici per le strade (come in Cile).

Sulla stessa linea si pone il policy brief del Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, pubblicato il 6 maggio 2020, dal titolo “A disability-inclusive response to COVID-19”. Il testo individua gli elementi di un approccio integrato avente il fine non solo di combattere il virus scongiurando discriminazioni di ogni sorta, bensì anche di “build back better”, ricostruire meglio, ponendo le basi della società più resiliente e universalmente accessibile tratteggiata dagli SDGs.

Si delinea così un approccio human-rights based, ossia lo stesso della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) e dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, secondo il quale, al mainstreaming della disabilità nella risposta all’emergenza vanno affiancate azioni mirate. Tale risposta inclusiva al COVID-19 non può prescindere da:

  • Non-discriminazione, mediante un atteggiamento proattivo e l’applicazione del principio di accomodamento ragionevole, definito nell’art.14 comma 2 della CRPD;
  • Intersezionalità, nella considerazione del rischio di discriminazioni multiple;
  • Accessibilità di servizi e informazioni. Viene sottolineata l’esigenza di tener conto di tale prerequisito sin dalla fase di progettazione degli stessi;
  • Partecipazione e coinvolgimento delle organizzazioni di persone con disabilità, fondamentale in tutte le fasi che vanno dalla pianificazione all’implementazione delle politiche;
  • Accountability essenziale per assicurare l’effettiva inclusione delle persone con disabilità sia della risposta, sia del successivo ripristino;
  • Dati disaggregati, con un accento maggiore sull’elemento qualitativo degli stessi e raccolti mediante l’applicazione degli strumenti e degli indicatori statistici sulla disabilità definiti dal Washington Group.

Tra le azioni specifiche elencate nel policy brief del Segretario Generale sono riprese le raccomandazioni dell’OHCHR in materia di diritto alla salute, protezione delle persone con disabilità negli istituti di cura o penitenziari, servizi di supporto, protezione sociale e lavoro, istruzione (evidenziando l’elevato rischio di abbandono scolastico), prevenzione e risposta alla violenza (secondo una visione victim-centred).

L’elemento inedito consiste nell’attenzione posta sugli effetti del virus nei contesti umanitari. Nello specifico, il Segretario Generale sottolinea l’importanza di assicurare l’assistenza umanitaria adeguata, anche in termini di disaster response, tenendo in considerazione gli specifici bisogni delle persone con disabilità per ciò che concerne strutture igieniche, assistenza rifugio, distribuzione di beni primari.

In conclusione, l’obiettivo - per cui occorre che gli Stati Membri profondano tutti gli sforzi possibili - è far sì che la pandemia costituisca non un catalizzatore delle vulnerabilità, sia nel breve che nel lungo periodo, bensì l’incentivo ad accelerare la costruzione di una società realmente inclusiva.

Valentina Tafuni

Studentessa del Master in Tutela internazionale dei diritti umani

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