La Corte Suprema olandese si pronuncia sulla responsabilità del Dutchbat: verso la fine del calvario giudiziario delle Madri di Srebrenica?

Supreme Court of the Netherlands, Civil Law Division, ECLI: NL: HR: 2019: 1284

Approfondimento n. 2/2020                                                                                                                                                                                                            

Lo scorso 19 luglio, la Corte Suprema olandese si è pronunciata in via definitiva sull’annosa questione delle responsabilità attribuibili allo Stato olandese per i fatti accaduti nel 1995 a Srebrenica. 

Le vicende si riferiscono alla tristemente nota strage avvenuta nella cittadina di Srebrenica tra l’11 e il 17 luglio 1995, nel corso della guerra civile che per anni ha avuto luogo nell’ex-Jugoslavia, ormai da lungo tempo al centro di una battaglia giudiziaria portata avanti dalle madri, le vedove e le figlie di coloro che furono uccisi in quel massacro, riunite oggi sotto al nome di “Madri di Srebrenica”.

E’ la stessa Corte Suprema a ripercorrere in prima battuta i fatti occorsi in quei giorni, così come i diversi gradi di giudizio che hanno cercato di stabilire le rispettive responsabilità. In breve, durante le operazioni di peacekeeping  messe in atto dalle Nazioni Unite per ristabilire l’ordine e la pace nella regione, insanguinata dalla guerra civile, il contingente olandese (“Dutchbat”) fornito alla missione era stato messo a protezione della zona al confine tra Bosnia e Serbia, comprendente le città di Srebrenica e di Potočari. A seguito della caduta di Srebrenica, occupata dalle forze serbo-bosniache, e successivamente ad un patteggiamento con queste, il contingente olandese procedeva al trasporto presso una piccola zona sicura (il “compund di Potočari”) i bambini, le donne e gli anziani, dovendo tuttavia lasciare gli uomini tra i 17 e i 60 anni nella mani dei militari serbo-bosniaci. Nei giorni che seguirono, per mano di quest’ultimi venne perpetrato il massacro di oltre 7000 uomini bosniaci musulmani. A partire dal 2007, mentre contemporaneamente procedevano i lavori dei tribunali penali internazionali – la Corte penale internazionale e il Tribunale speciale per l’ex-Jugoslavia-,  le donne superstiti della strage di Srebrenica iniziavano alcune azioni giudiziarie presso le corti olandesi, al fine di dimostrare la complicità del contingente olandese per le atrocità commesse a Srebrenica. 

Dopo due anni dal giudizio della Corte di appello de L’Aia, è giunto dunque il verdetto in cassazione della Corte Suprema. Il ragionamento seguito dalla Corte si districa fondamentalmente su tre livelli: l’attribuzione dell’illecito – se questo ricada tra le responsabilità delle Nazioni Unite ovvero dell’Olanda; l’esistenza di violazioni di specifiche norme internazionali commesse dal Dutchbat; il dovere di provvedere al risarcimento delle vittime – o meglio i loro parenti- per i danni subiti, causati dal mancato rispetto del dovere di prevenire la strage perpetratasi.

Sul primo punto, la Corte afferma, sulla base della valutazione delle norme internazionali in materia di attribuzione della condotta illecita degli Stati e delle organizzazioni internazionali, nonché degli standards stabiliti dalla giurisprudenza internazionale – riferendosi in particolare alle sentenze Nicaragua v. United States of America (1986) e Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro (2007) della Corte internazionale di giustizia - , che le operazioni del Dutchbat  siano attribuibili all’Olanda esclusivamente per quanto accaduto a partire dalle 23 dell’11 luglio 1995. Prima di quel momento, ogni condotta rientra tra le responsabilità delle Nazioni Unite, in quanto dettata dalla linea di comando dell’operazione di peacekeeping.

Per quanto concerne l’esistenza della condotta illecita, la Corte attesta che le azioni del Dutchbat  non costituiscono una violazione delle norme internazionali – riferendosi in primis agli articoli 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti umani – poiché’ è necessario tenere conto della situazione di estrema emergenza nella quale le operazioni, sebbene in cooperazione con i serbo-bosniaci, sono state realizzate, al fine di evacuare e mettere in salvo le persone maggiormente vulnerabili.

Tuttavia, sulla base delle norme olandesi per la responsabilità civile, la Corte si occupa in ultima istanza, come d’altronde fatto precedentemente dalla Corte d’appello, della possibilità che la strage sarebbe potuta essere evitata qualora le scelte del Dutchbat fossero state diverse. La valutazione della Corte si conclude ritenendo che la sopravvivenza degli uomini di Srebrenica, lì dove il contingente olandese si fosse rifiutato di continuare a cooperare con l truppe serbo-bosniache, sarebbe stata solo del 10%, rispetto al 30% affermato in appello. 

Sebbene il dispositivo della Corte permetta di sollevare numerosi interrogativi inerenti ciascuno degli aspetti affrontati, ancor maggiori sono quelli inerenti la giustizia per le Madri di Srebrenica. Cionondimeno, non è detto che la sentenza in oggetto rappresenti oggi il gradino della storia. Resta infatti ancora aperta la porta della Corte di Strasburgo, cui le Madri di Srebrenica potrebbero rivolgersi al fine di confermare o ribaltare la sentenza de L’Aia al fine di mettere un punto alla loro interminabile vicenda giudiziaria. 

Ludovica Di Lullo

Dottoranda di ricerca in Diritto Pubblico, Comparato e Internazionale

 

2018  ©  Sapienza Università di Roma