La Corte penale internazionale autorizza l’indagine sui presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Afghanistan dai Talebani e dalle Forze USA

ICC Appeals Chamber authorizes the opening of an investigation (ICC-02/17-138)

 Approfondimento n.10/2020                                                                                                                                                                                                                                                                

Il 5 marzo scorso, la Camera di appello della Corte penale internazionale (CPI) ha concesso all’unanimità al Procuratore, Fatou Bensouda, l’autorizzazione a condurre indagini sui presunti crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Afghanistan che rientrano, in base agli art. 7 e 8 dello Statuto della CPI, sotto la giurisdizione della Corte (ICC-02/17-138).

Il giudizio della Camera di appello ha modificato in maniera radicale la decisione presa dalla Pre-Trial Chamber il 12 aprile 2019, la quale aveva rigettato, infatti, la richiesta del Procuratore datata 20 novembre 2017 a procedere con le indagini sulla situazione in Afghanistan (ICC-02/17) con la motivazione che tale indagine non rientrava negli interessi della giustizia internazionale. Il Procuratore, attivando la cd. procedura di referral che gli viene consentita in base all’art. 15 dello Statuto di Roma, ha richiesto l’autorizzazione alla Corte (ICC-02/17-33) a procedere con le indagini sulla base di numerose indicazione che le sono pervenute da vittime e testimoni dei presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in territorio afgano nel periodo che va dal 1° maggio 2003 alla fine del combattimento. La giurisdizione sui crimini contestati è riconosciuta in forza dell’adesione allo Statuto della CPI da parte dell’Afghanistan il 10 febbraio 2003 con il deposito dello strumento di adesione, entrato in vigore il 1° maggio 2003.

La richiesta del 2017 del Procuratore sottolineava l’efferatezza dei crimini commessi in territorio afgano con particolare riguardo sia ai crimini di guerra (art. 8) che ai crimini contro l’umanità (art. 7), fra i quali annovera l’omicidio, le privazioni arbitrarie della libertà personale, le persecuzioni basate su ragioni politiche e di genere. La gravità di tutte le fattispecie criminose individuate è determinata dal fatto di essere parte di un più ampio e sistematico attacco contro i civili, i quali non sono attivamente coinvolti nei conflitti armati e quindi, in base alle norme del diritto internazionale umanitario, sono soggetti contro cui non si possono in alcun modo sferrare attacchi armati. 

I soggetti contro i quali le indagini sono state richieste rappresenta il punto più delicato di questa vicenda. Da una parte, il Procuratore riconosce la responsabilità dei Talebani, quale gruppo terroristico che di fatto deteneva il controllo di buona parte del territorio afgano nel periodo preso in esame, dall’altra parte le truppe del Governo afgano: le Afghan National Security Forces (ANSF), la Afghan National Police, la Afghan Local Police, la Afghan National Border Police e il National Directorate for Security. Ulteriori soggetti incriminati sono l’esercito e l’intelligence degli Stati Uniti, rispettivamente la US Armed Forces) e la Central Intelligence Agency (CIA). Questi ultimi soggetti sono chiaramente riconducibili ad un preciso organo statale, gli Stati Uniti, Paese che non è parte dello Statuto della CPI. 

La decisione della Camera di appello ha determinato, quindi, la possibilità per il Procuratore di procedere con le indagini, ribaltando il giudizio della Pre-Trail Chamber, e riaffermando che l'indagine rientra a pieno titolo negli interessi della giustizia internazionale. Tale decisione ha di fatto buttato ulteriore benzina su una polemica internazionale accesa dagli Stati Uniti sul loro coinvolgimento nei crimini contestati, ma soprattutto sulla possibilità per gli appartenenti all’esercito statunitense e al personale della CIA di essere incriminati di fronte ad una Corte internazionale di cui gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione. La risposta del Governo statunitense, affidata al Segretario di Stato Mike Pompeo (Press Statement del 5 marzo 2020), è caratterizzata da toni molto aspri nei confronti della CPI definita come una “unaccountable political insitution, maquerading as a legal body”. Pompeo ha sottolineato, inoltre, che gli Stati Uniti non sono parte della CPI (“so-called court”) e che ogni loro azione sarà diretta a proteggere i cittadini statunitensi appartenenti all’esercito e alla CIA dalla CPI definita come “a vehicle for political vendettas”.

 

Debora Capalbo

Dottore di ricerca in Diritto pubblico, comparato e internazionale

 

 Press Statement US Secretary of State_5 March 2020 https://www.state.gov/icc-decision-on-afghanistan/

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